martedì 27 novembre 2018

Romanzi per ragazzi sul razzismo

La truffa dei migranti, di Alessandro Ghebreigziabiher (Tempesta Editore, 2015)

Dal testo:

Gradini.
E la scala.
La scala e i gradini, tutto può diventare la via da qui in avanti.
Figuriamoci ciò che è già metafora letterale di cammino, salita o discesa che sia.
Il mattino seguente, molto prima che il nuovo mondo, della nuova gente, iniziasse ad abbandonare le proprie case, Bikila iniziò a lavare il primo di una lunga serie.
Gradini, gradini di parole.
Gratitudine, c’era scritto all’inizio.
Sincera gratitudine per una donna che, almeno sulla carta, non avrebbe avuto nulla da guadagnarci nel donare una frazione del proprio lavoro ad uno sconosciuto.
Fabio? E chi è Fabio? Chi sono questi qui? Cosa ne sai di dove vengono? Chi te lo fa fare?
Nessuno, probabilmente.
Daria lo aveva fatto perché aveva pensato di poterlo fare, tutto qui.
Che la sua vita non sarebbe cambiata, mentre quella della famiglia di Ahmed sì.
Non si era sentita particolarmente generosa, un attimo dopo, e nemmeno di aver prenotato un volo con le compagnie celestiali.
Non v’erano secondi fini, nel suo gesto, e una volta compiuto era passata ad altro.
Nostalgia, diceva il secondo gradino.
Sopravvivere era un privilegio, Bikila lo sapeva bene. Nondimeno, per quanto tu possa avere la saggezza di apprezzare la buona sorte a fronte della maggioranza meschina, la memoria non può fare a meno di sfogliare le pagine a ritroso.
Verso i giorni in cui la vita era cosa normale. Perché vivere sarà sempre meglio che sopravvivere.
Dubbi, recitava il terzo.
Uno tra tutti: cosa avrebbe fatto la portinaia se la pozione non avesse nascosto parte della verità?
Sarebbe stata altrettanto generosa?
Bikila? E che razza di nome è, Bikila? Chi sono questi qui? Ma hai capito da dove vengono? Chi te lo fa fare?
Nessuno nel caso precedente, figuriamoci a carte scoperte, con i colori del seme ben in vista.
Ahmed, il nome del figlio era impresso sul successivo.
La ragione principe, il senso di tutto, ma anche Shani e Tinochika. Il futuro dei miei, il loro futuro, il nostro, su una nave, in mare, da qualche parte. E ora qui, nella nuova terra, con la nuova gente.
Ogni sacrificio che comportasse sopravvivenza per costoro non aveva alcuna rilevanza nel personale conteggio. Condivisibile, è chiaro, ma non sempre scontato laddove la vita lo è, figuriamoci la sopravvivenza.
Preoccupazione, evocava il quinto gradino.
Parola genitrice di altre, come frustrazione e impotenza, al pensiero che cotanta fortuna risultasse inutile.
D’accordo, passare da zero a qualcosa nelle entrate familiari rappresentava un successo notevole, ma non era sufficiente per cominciare a dormire sonni tranquilli.
Aveva trovato lavoro quasi miracolosamente, ma come aspettarsi altrettanta grazia per Kereeditse?
Chiara? E chi è Chiara? Chi sono questi qui? E così via.
Gradino.
La parola semplice, il nome esatto dell’oggetto in questione, quel che l’occhio mostra davvero.
Ecco cosa il sesto gradino suggeriva.
E levando lo sguardo su tutti gli altri la cosa si ripeté identica.
Gradino, dopo gradino.
Pulito e luccicante un attimo dopo il passaggio e via ad un altro.
Sopravvivenza, ecco di cosa si tratta, in breve.
Questo conta, questo è l’orizzonte.
Ora.

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